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Il Diario di Sarìta. L’alba di un nuovo giorno, di una nuova vita: il mio primo romanzo, ora disponibile anche in e-book

Il Diario di Sarìta: il mio primo romanzo, ora disponibile anche in e-book

Sarìta è una bambina di undici anni, che ha già alle spalle una passato che vuole dimenticare. E coglie l’inizio delle scuole medie come un’occasione per ricominciare da capo. Cerca in ogni modo di pensare esclusivamente al suo futuro, senza però accorgersi che, ogni scelta che fa, ogni pensiero, ogni sentimento sono in realtà la conseguenza di quello che precedentemente le è accaduto. Cerca di sfuggire al suo passato, ma ogni più piccola cosa la riporta indietro nel tempo, facendola soffrire come allora. Racconta le vicende della sua attuale vita al suo più caro amico, forse inizialmente l’unico: Il Diario. Un essere dalle pagine bianche del tutto inanimato, che lei, nella sua fantasia, immagina possa ascoltarla davvero. In un clima di nuovi inizi, emerge la figura della signora Annacart, sua prossima insegnante di musica, a cui Sarìta si legherà molto, amandola con la stessa intensità con cui avrebbe amato sua zia, quella zia che non ha mai avuto, e che le è mancata. Fra i vari episodi, a momenti altamente ironici, in cui Sarìta parla delle battute fra compagni di scuola, o ironizza sul suo comportamento, che lei stessa ammette sia talvolta particolare, si alternano momenti di estrema drammaticità, in cui invece il passato la possiede, e non ha la forza di ridere.

Il topo che amava i gatti- e altre stranezze dell’evoluzione-

Presentazione del saggio “Pourquoi je n’ai pas inventé la roue. Et autres surprises de la sélection naturelle”, il cui autore, Michel Raymond, direttore di ricerca presso la CNSR ( Centre national de la recherche scientifique,   preminente e più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia), affronta il tema dell’evoluzione della specie, in relazione alla selezione naturale (già precedentemente studiata dal celeberrimo naturalista nonché geologo britannico Charles Darwin), arricchendolo con numerose singolarità alquanto interessanti, come l’attrazione, cagionata da una mutazione al livello cerebrale, di un topo verso il suo principale carnefice, il gatto (da cui il titolo del saggio, originariamente composto il lingua francese, la cui traduzione è a cura della dottoressa Federica Turriziani Colonna)

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Non tutti i topi temono i gatti anzi, alcuni ne sono addirittura attratti. E’ la dottoressa Federica Turriziani Colonna a spiegarci le ragione di questa anomalia all’interno del comportamento animale.

Formatasi a Roma in Filosofia e a Parigi in Comunicazione Scientifica, si occupa principalmente di storia della biologia.

Normalmente si è soliti pensare che in natura sia il più forte a vincere, a sopravvivere, ma la dottoressa Colonna si oppone a questa affermazione. -No-dice-in natura non è il più forte a vincere, non è il più sveglio, ma il più adatto-.

E’ questa la parola chiave dell’evoluzione: adattamento. E’ l’animale che meglio riesce ad adattarsi alle circostante a perdurare nel tempo, mutando le proprie esigenze in relazione a fattori esterni, quali condizioni climatiche, territorio, disponibilità di risorse alimentari. Sarà lui che, sopravvivendo proprio perché adattatosi, avrà modo di generare la prole. La sua generazione perdurerà, mentre quella di altri suoi simili, magari anche della stessa specie, andrà estinguendosi: è in tal modo che opera la selezione naturale, ed è esattamente di questo che tratta il libro, appena pubblicato, di Michel Raymond, tradotto in italiano proprio dalla dottoressa Colonna. E’ un libro dal titolo volutamente provocatorio: “Il topo che amava i gatti, e altre stranezze dell’evoluzione”, in cui l’autore pur avendo ben presente la teoria darwiniana, non parla di questo. Fornisce piuttosto una sequenza di esempi riguardo la selezione naturale, riguardo come essa opera.

Ma quali sono, dunque, i topi che amano i gatti? Che cosa determina questo disturbo comportamentale? La dottoressa Colonna risponde: è il Toxoplasma Gondii il responsabile, un protista parassitario che si riproduce all’interno dell’intestino dei gatti. Tale essere vivente, nel caso in cui infetti un topo, quest’ultimo subisce mutazioni al livello celebrale, che lo rendono attratto dall’odore del gatto, cosa che lo spinge dunque ad avvicinarvisi, andando incontro, frequentemente, alla morte. In questo modo, il topo infetto viene ingerito dal gatto, all’interno del quale il parassita ha modo di riprodursi.

Non c’è proprio niente da fare: un essere vivente sopravvive a discapito di un altro, la vita scaturisce sempre dalla morte.

E’ questo che ci insegna la selezione naturale.

Un altro esempio eclatante è il caso delle falene che, vissute nell’Inghilterra post-industriale, hanno visto mutare la loro specie: l’inquinamento prodotto dall’allora recente industrializzazione aveva scurito il tronco delle betulle, su cui le falene sono solite posarsi. Questo ha comportato una maggiore diffusione delle falene nere che, poggiate su un tronco scuro, si sono mimetizzate perfettamente, ma la quasi estinzione di quelle bianche, poiché il loro colore così chiaro risaltava particolarmente su una superficie scura, cosa che ha attratto l’attenzione dei loro predatori.

Infine, citiamo il caso delle zanzare, in precedenza debellate dal DDT. Le poche sopravvissute hanno sviluppato dei geni di resistenza, che ora le rendono immuni a tale insetticida.

Non bisogna tuttavia pensare che la selezione naturale riguardi soltanto l’animale: riguarda anche l’uomo.

Ad esempio noi, inizialmente, non eravamo predisposti per digerire il lattosio dopo lo svezzamento, ma grazie a una mutazione avvenuta nel corso del tempo, oggi sono in ben pochi a non tollerarlo. Il nostro organismo vi si è adattato proprio perché è un alimento altamente nutritivo, quindi tale mutazione è data dalla necessità.

Fino ad ora abbiamo parlato di come la selezione naturale agisca sulle specie. Ma che cos’è davvero una “specie”? In che cosa consiste? Questa volta è il professore Roberto Verolini a rispondere, insegnante di scienze naturali nonché autore di numerosi libri, fra cui “Il dio Darwin”.

-Una specie biologica-spiega- è rappresentata da un insieme di individui che fra loro sono in grado di riprodursi-. Attenendoci a questa affermazione dunque, potremmo dedurre che, nel tempo, individui precedentemente appartenenti alla medesima specie, si sono scissi due distinte, dal momento che, mutando lentamente le caratteristiche di una rispetto all’altra, sono infine giunti ad individui talmente differenti fra loro che, anche volendosi accoppiare, non sarebbero capaci di riprodursi, proprio perché appartengono ormai a due specie distinte.

Ancora una volta tutto ciò riguarda anche l’essere umano: se, ipoteticamente, si avesse la possibilità, oggi, di unirsi con un uomo dell’antica Roma, da questa unione non potrebbero nascere figli.

Dunque, ne consegue che il concetto di “specie” non è assoluto, ma relativo nel tempo.

Ringraziamo la dottoressa Colonna e il professor Verolini per la loro disponibilità nell’incontro “Darwin Day”, tenutosi Venerdì 8 Febbraio 2013 alle ore 17.00, presso l’istituto di istruzione superiore Leonardo Da Vinci.

Sara Minervini

Chiare, fresche et dolci acque

Salve a tutti. Oggi vorrei proporvi una canzone di Francesco Petrarca, che probabilmente tutti conoscerete: “Chiare, fresche, et dolci acque”. Vi lascio in allegato il testo in modo che possiate seguire meglio il mio commento, e la parafrasi. Mi ha molto colpito questa lirica. Spero possa piacere anche a voi.

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.

S’egli è pur mio destino,
e ‘l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
ché lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l’ossa.
Tempo verrà ancor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
et là ‘ov’ ella mi scorse
nel benedetto giorno
volga la vista disiosa et lieta,
cercandomi: et, o pieta!,
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sì dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ‘l suo grembo;
et ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le trecce bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dì, a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual, con un vago errore
girando, parea dir: Qui regna Amore
Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ‘l volto e le parole e ‘l dolce riso
m’aveano, et sì diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa erba sì, ch’altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant’ hai voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
[Francesco Petrarca (1304-1374), dal Canzoniere, 1336-1374]

Parafrasi

“Chiare, fresche e dolci acque,in cui immerse il suo bel corpo colei che unicamente appare come una donna; gentile ramo dove le piacque (con un sospiro mi ricordo) appoggiare il suo bel fianco; erba e fiori che la gonna leggiadra ricoprì insieme al suo angelico seno; aria sacra, serena, dove Amore attraverso i begli occhi, mi aprì il cuore: tutti insieme ascoltate le mie ultime dolorose parole. Se è pur mio destino e il cielo in ciò si dà da fare, che Amore chiuda i miei occhi in lacrime, una qualche grazia faccia sì che il mio fragile corpo sia sepolto fra voi, e ritorni l’anima, libera del corpo, al cielo. La morte sarà meno crudele se porto con me questa speranza per questo passo temuto: poiché l’anima stanca non potrebbe lasciare il corpo travagliato e le ossa in un luogo più riposante, né in una fossa più tranquilla. Verrà forse anche un tempo in cui a questo luogo abituale ritornerà la fiera bella e mansueta, e là dove ella mi vide nel benedetto giorno, volgerò lo sguardo desideroso e gioioso, cercandomi: e, o pietoso visione!, vedendomi già polvere fra le pietre, sarà indotta da Amore a sospirare tanto dolcemente da ottenere per me la misericordia divina e da vincere la volontà celeste, asciugandosi gli occhi con il suo bel velo. Dai bei rami scendeva (dolce nella memoria) una pioggia di fiori sul suo grembo; ed ella sedeva umile in tanta gloria, coperta già dalla nuvola floreale. Un fiore cadeva sul lembo della veste, un altro sulle trecce bionde, che quel giorno a vederle erano oro splendente e perle; un altro ancora si posava per terra e un altro sull’acqua; un altro, girando con un volteggio leggiadro sembrava dire: qui regna Amore. Quante volte io dissi, allora pieno di stupore: costei certamente è nata in paradiso. Il suo portamento divino, e il volto e la sua voce e il suo dolce sorriso mi avevano reso così dimentico di tutto, e così distaccato dalla realtà, che io dicevo sospirando: come sono venuto qui e quando?; credendo di essere in cielo, non dove ero. Da quel momento in poi amo a tal punto questo luogo, che non ho pace in nessun altro. Se tu avessi ornamenti, quanti io ne desideri, potresti esitazioni uscire dal bosco, e andare fra la gente.”

Analisi del testo

Chiare fresche et dolci acque” , lirica del celeberrimo Francesco Petrarca, è la seconda composizione, dopo “Se ‘ l pensier che mi strugge” appartenente alle così chiamate -canzoni di lontananza-, in cui il poeta esprime, nonostante la canzone appartenga alle -rime in vita- corrispondenti dunque al periodo in cui Laura era ancora viva, il dolore per l’assenza della sua amata. Laura è qui ancora la donna-nemica, colei che si nega a Francesco per crudeltà. Presenza costante nel suo cuore, ma assenza altrettanto continua nella sua vita, Laura diventa personaggio emblematico dell’interiorità del poeta, la perfetta concretizzazione dell’io petrarchesco: il contrasto. Sentimento riguardante la sua intera esistenza, dall’amore terreno a quello spirituale, dal desiderio di gloria poetica al timore del peccato, assume nella figura di Laura il suo aspetto più rappresentativo, in quanto è l’amore stesso per questa donna ad essere contrastante, come qualsiasi cosa che lo tocchi da vicino, divisa in due: da un lato l’amore, dall’altro la rabbia. Espresso attraverso l’ossimoro -fera bella et mansueta-cioè <<belva>> proprio perché così crudele ma, al contempo <<bella e mansueta>> cioè dotata di straordinaria bellezza e grazia agli occhi del poeta , proprio perché da lui così tanto amata, denota esattamente quella reazione emotiva suscitata solo dalle cose che si amano veramente (-odi et amo- direbbe Catullo). L’intera lirica gioca su un piano temporale, che si estende dal passato, da cui proviene il ricordo d Laura, sino ad arrivare al futuro, in cui il poeta immagina, nella speranza, che Lei ritornerà, cercandolo. La canzone si apre con un incipit destinato a rimanere di grande esempio nel corso della tradizione lirica italiana ,fino a Leopardi e D’Annunzio:“ Chiare, fresche et dolci acque”, in cui compare l’uso del vocativo, frequente in tutto il Canzoniere, a partire da “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”. Tale uso è particolarmente significativo nell’evidenziare, in questa composizione, i vari elementi della natura, con cui Lei era entrata in contatto. Le acque in questione sono quelle del fiume Sorga, in Valchiusa, dove il Petrarca aveva rincontrato, dopo un po’ di tempo, Laura, dopo averla conosciuta, la prima volta, presso la Chiesa di Santa Chiara, ad Avignone. E queste acque, dunque, ebbero il privilegio di accostarsi a lei, di entrare in contatto con le sue -belle membra-, le membra di colei che sola, agli occhi del poeta, appare come una donna. Per il Petrarca, la Donna era lei, la figura femminile per antonomasia. Subito dopo, viene citato il -gentil ramo- ove Laura pose il suo corpo, espresso nel testo attraverso la sineddoche -bel fiancho-, e qui entra in gioco, tramite l’uso delle parentesi, il ricordo, il dolce ricordo di Lei, accompagnato dai sospiri, elemento caratteristico del rimpianto. Poi, vengono chiamati in causa i fiori e l’erba, ricoperti dalla sua gonna, dal suo seno. E infine l’aria, che attraverso un’ipallage il poeta definisce sacra, riferendosi con tale aggettivo alla natura divina della Donna. Qui Amore colpì l’interiorità del poeta, attraverso gli occhi di Laura (elemento di fondamentale importanza dalla poesia provenzale in poi). Tutti questi fattori della natura, dunque, vengono richiamati all’attenzione del poeta attraverso l’uso del vocativo, e sono così cari a Francesco, semplicemente perché tutti toccati da Laura, come se la sua figura si fosse cristallizzata in quegli elementi che l’avevano conosciuta; e tale immagine viene così riesumata dal passato, in un presente dove Lei non c’era. Allora il poeta dice, quasi imponendolo, di ascoltare le sue ultime parole, dolorose, quelle che pronuncia prima della morte (parole extreme), anticipando così il tema che dominerà la stanza successiva. E’ interessante notare la personificazione di Amore, considerato non entità astratta, bensì individuo concreto, nonché agente materiale della sua condizione travagliata. Dalla stanza del -ricordo-, la prima, si passa ora, con la seconda, a quella del -futuro, in cui il Petrarca, credendo che sia scritto nel proprio fato, che -Amore chiuda i suoi occhi- cioè che il suo sentimento, così forte tanto quanto sofferente, doloroso proprio perché non ricambiato, lo porti alla morte, esprime il desiderio di essere seppellito lì, in quel luogo pregno di Lei, poiché non potrebbe esistere tomba migliore per il suo corpo, mentre l’anima si ricongiungerà al cielo, spoglia della carne. Con questa speranza nel cuore, la morte sarà meno crudele al poeta. Ed ora egli immagina, nella terza stanza, il tempo in cui Laura, la-fera bella et mansueta-, ritornerà in questo luogo a lei abituale (usato soggiorno); e volgerà il suo sguardo laddove lo vide in quel -benedetto giorno-, così sacro a Francesco proprio perché li aveva visti insieme. E con quel suo sguardo pieno di desiderio e di gioia , lo cercherà. Allora, vedendo il suo corpo ridotto in polvere dalla morte, sarà indotta dal suo sentimento per Francesco (Amore) a sospirare così dolcemente da ottenere per il suo amante la misericordia divina, e vincere quel volere celeste, che per lui aveva invece riservato un destino infausto. Allora si asciugherà gli occhi con il suo -bel velo-, concretizzazione dell’onestà e del pudore, con cui Laura prima si nascondeva allo sguardo pieno di desiderio di Francesco, ed ora celerà la sua tristezza. Il gesto dell’-asciugarsi gli occhi-, infatti, richiama alla mente proprio l’atto di rimuovere dal volto le lacrime, espressione di un sentimento oltremisura travolgente, quindi sconveniente. Dunque l’aggettivo -bel- non solo concerne l’aspetto fisico, ma diventa anche connotazione etica. Da notare l’utilizzo di vocaboli -petrosi-, rafforzati dall’allitterazione del fonema-R-, recuperati dallo stile dantesco, impiegati nell’esprimere sentimenti particolarmente dolorosi. Ed ora, nella quarta stanza, torna di nuovo in gioco il ricordo, in un annullamento temporale che vede in questo luogo così sacro al poeta, l’idealizzazione del paradiso e, con esso, l’identificazione della figura di Laura nella divinità che vive, come tale, in una dimensione priva di tempo, eterna, perfetta. Ed è proprio da qui che proviene il ricordo, dolce, di Lei, un ricordo che non si cancella mai, istanti destinati a perdurare all’infinito in una dimensione atemporale: l’immagine di una pioggia di fiori, la cui sospensione cronologica viene sottolineata dall’enjambement tra il verbo -scendea- e il suo soggetto -pioggia-, e ribadita ulteriormente dall’inciso delimitato dalla parentesi; questa pioggia si posa sul grembo di Lei che, seduta, conserva un cuore umile, semplice, benché in possesso di grandi virtù, qualità marcate in particolar modo dall’antitesi -humile/gloria-, e viene descritta come ricoperta di fiori, in un’immagine che richiama la figura dantesca di Beatrice, nel XXX canto del Purgatorio. Un fiore cadeva sul lembo della veste, un altro sulle sue trecce bionde come l’oro, il cui colore sembra fondersi con quelli dei candidi fiori che le si posavano, altri ancora sulla terra, sull’acqua, e poi uno in particolare che, volteggiando delicatamente, sembrava dire -Qui regna Amore-. Questo turbine avvolgente viene reso stilisticamente, attraverso l’uso dell’anafora, nella ripetizione del vocabolo -qual-e, la scelta sintattica di far procedere tale descrizione per asindeto. Infine è importante evidenziare l’uso dell’aggettivo -vago-che, grazie al suo valore polisemico, significa -bello- ma, al contempo, anche -in movimento-, cosa che suscita, nel lettore, proprio l’idea della mutevolezza. Ed infine, nell’ultima stanza, abbiamo una contrapposizione tra il passato, da cui continuano a provenire le rimembranze, e il presente, in cui si catalizza il dissidio interiore, dovuto in particolar modo alla divaricazione tra l’immaginazione e la realtà. Qui il Petrarca ricorda di aver affermato, pieno di stupore, che Laura, una creatura così perfetta, fosse nata non sulla terra, ma in paradiso; e ogni cosa di lei, il suo volto, la sua voce, il suo dolce sorriso, lo avevano talmente incantato da renderlo dimentico di tutto, a tal punto che si chiese in quale modo fosse finito lì, e quando, come appena destato da un angelico sogno. Allora fu convinto di essere nel regno di cieli, cioè dove era nata Laura, e da quel momento in poi amò a tal punto quegli spazi verdi, espressi stilisticamente attraverso una sineddoche dal vocabolo -herba-, che non troverà mai pace in nessun altro luogo, tant’è vero che è proprio lì che desidera essere sepolto. La contrapposizione tra illusione e realtà è data dall’antitesi fra il verbo -credendo- riferito al Paradiso, simbolo del sogno, ed -era-, correlato invece a Valchiusa, espressione di un qualcosa, seppur meraviglioso, di terreno. La stanza si chiude con -pace-, sostantivo peculiare della poesia petrarchesca, nonché meta ultima a cui aspira il poeta. Presente anche nelle canzoni -Italia mia- e -Vergine bella-, viene qui messo in evidenza attraverso l’enjambement che, a sua volta, risalta anche il verbo -piace-. Questi due vocaboli sono strettamente collegati fra loro, in quanto sia la pace che il piacere possono sussistere soltanto qui, a Valchiusa. A chiudere la canzone è il congedo, in cui il poeta si rivolge direttamente al testo, invitandolo ad uscire dal luogo ove ha preso ispirazione per diffondersi, ornato però di un impianto retorico più elevato, presso la gente, per cantare pubblicamente questo suo amato e odiato al tempo stesso sentimento per Laura.

E’ ritornata, è ritornata

Breve narrazione incentrata sulla figura della Madre, donna che ama, protegge, ed educa il proprio figlio. Metaforicamente parlando, dunque, si può essere Madre senza aver procreato, e sentirsi Figlio pur essendo orfano.

Venticinque anni, venticinque anni alla tua ricerca, un viaggio senza fine, nè meta. Venticinque anni a ricercare una traccia di te, nel volto di coloro che ti avevano conosciuta, negli occhi delle altre madri con i tuoi stessi capelli. Invano ho vagato per anni alla tua ricerca. Ho scrutato ogni centimetro quadrato della terra, nella speranza di ritrovarti. Ma non ci sono riuscita. Non c’eri. C’era soltanto il mio dolore, e il vuoto incolmabile che mi avevi lasciato. E or devo ammettere, Madre mia, che fin da quando io partii alla tua ricerca, fin dal primo istante in cui decisi di riprenderti, sapevo che non ti avrei trovata. Lo sapevo, perchè la Madre che avevo così tanto amato, era morta ben prima di lasciarmi. La donna che nel nostro ultimo anno avevo davanti agli occhi, che ascoltavo con lo stesso amore di un tempo, era cambiata. Agli occhi degli altri appariva la stessa. Ma non era Lei, era un’altra, una madre che la crudeltà della vita aveva mutato in ibrido. Non posso dire che tu mi abbandonasti, perchè non fu un distacco repentino e decisivo. Io ti persi. Ti persi lentamente, giorno dopo giorno. E quando venne la nostra ultima ora, quasi non notai la differenza. Ma non appena capii che non ti avrei mai più rivista, iniziai a maledire quegli ultimi attimi che ci videro insieme, a rimpiangere ogni cosa di te: le tue percosse morali, la tua gelida indifferenza, i tuoi occhi che non mi sorrisero più. Con il tempo, avrei imparato ad amare anche il tuo ibrido. Tutto avrei accettato, alla tua assenza. Avevo solamente tredici anni, e un gran bisogno d’affetto. Così partii. Sapevo che non ti avrei trovata. Ma partii. Partii per dare un senso ai miei giorni, quelli che sorsero senza di te. Non trovandoti, cercai ogni modo per averti vicina, sempre. Così iniziai a riconoscermi in te, ad assumere il tuo atteggiamento, il tuo modo di vestire, di essere. Mi immedesimavo nelle tue emozioni, rendendomele proprie, appropriandomi di quella tristezza cronica per i rimpianti di tutto ciò che non avevi avuto. Ma non era sufficiente. Tu mi mancavi. Mi mancavi come può mancarti solo una madre. L’essere accompagnata in ogni mio gesto dal tuo ricordo, ben presto finì con il non bastarmi più. Tentai così di riaverti, cercando di vincere le leggi della fisica, di andare oltre i limiti della conoscenza umana. Mi documentai, studiai, cercai testimonianze di coloro che affermavano di aver avuto successo. Vincere la morte, la distanza, lo spazio-tempo, per riaverti. Studiai tutto questo, per poi scoprire semplicemente di non poter essere più forte della natura. Alla fine, la fisica vinse. Rassegnata e contemporaneamente non rassegnata all’idea di averti persa, vissi gli anni che seguirono nella tua ombra, memore di quella madre perduta troppo presto, come tutto quello che avevo nella vita. Vedevo in ogni altra donna a te somigliante, il tuo volto, cercandolo fra centinaia di altre teste tutte uguali; un’illusione di appena qualche istante, che spariva nel momento in cui i miei occhi mettevano a fuoco la persona, e scoprire così, con grande amarezza ogni volta, di aver avuto l’ennesima allucinazione. Con il tempo, io crebbi. Iniziai ad avere nuovi interessi, a preoccuparmi dei ragazzi. Mi innamoravo, venivo delusa, soffrivo e piangevo. La mia vita appariva incredibilmente simile a quella di ogni altra adolescente. Il vuoto che tu mi lasciasti non si colmò ma, giorno dopo giorno, imparai a convivere con lui. La ferita in me non guarì, ma divenne cicatrice. E continuavo a vivere aggrappata al tuo ricordo, che utilizzavo per alleviare la mia solitudine, sapendo che non saresti più tornata. Poi, una mattina di tre anni fa, vidi di spalle una donna: i tuoi stessi capelli, la tua stessa conformazione fisica. Inizialmente non mi volli illudere, perchè lo avevo già fatto troppe volte, troppe volte e per troppo tempo. Dissi al mio cuore: -basta, non è la mamma- Poi lei si voltò. Da lontano, appariva esattamente la tua identica copia. E solo allora permisi a me stessa di ricominciare a sperare. Mi avvicinai. La osservai profondamente. Compresi che non si trattava della mia vera madre, ma c’era qualcosa in lei, qualcosa oltre al suo aspetto fisico, che mi ricordava te. Fu in quell’istante, che dentro di me qualcosa cambiò. Non sapevo chi fosse quella donna, ma inspiegabilmente provavo affetto nei suoi confronti, quell’affetto tenero e innocente, che credevo di poter provare solo per te. Aveva esattamente la tua età. Ed ora, tre anni dopo, la nostra occupazione ci ha condotte a lavorare insieme, fianco a fianco. E’ meravigliosa e al tempo stesso inquietante la vostra somiglianza: il volto scarno, la fronte alta, il tono della voce, poi il sorriso, il sarcasmo. Ogni cosa in lei, mi ricorda te. Come posso dire che non le voglio bene? Ma come ammettere di averti sostituita? Mi sento in colpa al solo pensiero di non porti più al centro della mia vita. Ma forse era questo il fine, lo scopo di tutto. Forse quello che mi sta accadendo ora, non è altro che il compiersi di un destino già scritto. Se penso a quante tempeste ho dovuto affrontare, quante battaglie ho dovuto vincere, quanto sangue e quante lacrime ho dovuto versare, quanti giorni impiegati a fare a pugni contro la mia Malattia, solo per essere qui, ora, a quel lavoro che avevo rischiato di perdere; lo stesso lavoro, che mi fece conoscere lei, la tua esatta copia. Volgendomi indietro, mi chiedo come abbia fatto a vincere il mio Cancro, come sia possibile che ora cammini a testa alta fra la gente normale, come una persona perfettamente sana. E comprendo che, effettivamente, non esiste altra spiegazione se non quella di essere stata aiutata dal Cielo. Il Signore mi ha accompagnata in questi ultimi tre anni, ha fatto sì che io percorressi una strada che io ero in grado di attraversare, e mi ha dato la forza di debellare il mio Morbo, di vincere. La mia guarigione, la possibilità di continuare a lavorare, fanno della mia esistenza un Miracolo. La mia vita stessa è un vero miracolo; la possibilità di gioire del sorgere del sole, lo è. Ed ora posso dire, con estrema fermezza, che senza un aiuto divino, non ce l’avrei mai fatta. Non so dire se sarei sopravvissuta, ma quel che è certo, è che non sarei qui ora, dietro questa scrivania a lavorare. Dio ha fatto sì che io rimanessi qui, perchè ha voluto restituirmi a te. Era dunque scritto in un Disegno Divino, che io ti dovessi rincontrare; seppur in un’altra forma, seppur attraverso il corpo di un’altro essere umano, era destino che la distanza che ci divise, si dovesse colmare. Ed ora, la mia ferita mai cicatrizzata ha davvero smesso di sanguinare, là, dove finisci tu, perchè comincia lei. Sei ritornata, sei ritornata, madre mia. Dio ha voluto restituirmi a te. Esattamente cinquant’otto giorni fa, il mio capo mi disse di collaborare con lei, ovviamente più esperta e preparata di me, che mi avrebbe insegnato i trucchi del mestiere. Fin dal primo giorno, capii subito quanto fosse in gamba. Vedevo come sapeva muoversi bene nel nostro àmbito, ma la sua bravura non sfociava mai nella presunzione. L’età e l’esperienza la portavano a sentirsi sicura, pur rimanendo con un cuore umile. Si dimostrava forte, decisa, talvolta severa, ma mai maleducata. Mi guidava in ogni mio passo, mi osservava, mi giudicava, correggeva le mie insicurezze, ma le sue critiche erano sempre costruttive. Sapeva che io ero ancora alle prime armi, che pur motivata da una grande passione, conoscevo poco o niente del mestiere; ma non mi mancò mai di rispetto. Vedeva in me, una giovane inesperta con ancora tutto da imparare, ma mi trattò sempre con grande dignità. Mi trasmise le sue conoscenze, correggendomi talvolta quando sbagliavo, ma senza mai ridere dei miei errori. Ambivo a diventare brava come lei. Credeva nel suo lavoro, in quello che faceva. E io la ammarivo, come collega e come persona. Ben presto però, iniziai a scorgere in ogni suo gesto, il tuo essere: il tuo modo di fare, di muoverti, di parlare, di ridere. E allora, quel seme chiamato “affetto”, piantato la prima volta che io la vidi, tre anni fa, iniziò a germogliare. Ora e per sempre io le ho ben voluto, quando venne il giorno in cui mi abbracciò. Allora, provai per voi lo stesso amore, e vi chiamavo “mamma”, tutte e due. Mi auguro soltanto che, con il tempo, lei non diventi mai quella che sei diventata tu; tu, che a carezze, non mi hai avvezzata. Come siete diverse… Ma al tempo stesso, quanto vi somigliate… Figlie di due patrie differenti, eppure così vicine. Tu, austriaca, bagnata da un mare, le cui gocce non sono fatte di acqua, ma di note, sei la melodia più dolce e, contemporaneamente, quella più grave, più cupa. Lei invece, figlia dell’Italia, è una lunga composizione dei versi più belli che io abbia mai letto. Vi divide un confine, è vero. Siete lontane, vi esprimete in due lingue completamente differenti, e non si spiega come fate a somigliarvi così tanto. Ma in fondo, tutte queste diversità non valgono a contrastare gli aspetti comuni a ogni uomo. In fondo, apparteniamo tutti ad un unico grande territorio, abbiamo lo stesso sole, lo stesso cielo; e fatte queste premesse allora non mi stupisce più così tanto aver incontrato, a distanza di chilometri, una donna che ti somigli. Lei, semplicemente la bella copia di te, il tuo ritratto perfezionato. Anche impegnandomi, nel suo essere non riesco a scorgere altro che pregi, mentre di te, ormai, ricordo solo i difetti. So che sembra impossibile, mi rendo conto che potrebbe sembrarti una bestemmia, ma preferisco lei a te. Amo lei più di te. E ormai, mi sento più figlia d’Italia, che d’Austria, perchè ormai io ho preso Lei come madre. Sarà per me, quello che eri tu. So che un giorno, se ne andrà anche lei, come te ne sei andata tu. Ma questa volta io non ti perderò. Registrerò la sua voce, vivrò fino in fondo questi attimi finchè esisteranno ancora. E quando tornerà la nostra ultima ora, questa volta sarò pronta. Questa volta non ti perderò. Io ti porterò con me. Minervini Sara

Bianca come il latte, rossa come il sangue

Ecco a voi un’ opera decisamente moderna, scritta da Alessandro d’Avenia, laureato e dottorato in lettere classiche, insegnante liceale nonché sceneggiatore. Questo è il suo primo romanzo, considerato da alcuni troppo banale, scontato, ma a mio parere molto profondo, ed è forse il miglior interlocutore fra le problematiche dell’uomo e la gioventù: il linguaggio utilizzato all’interno dell’opera risulta molto semplice, oserei dire quasi elementare, ma tratta tematiche molto profonde che, espresse in un modo sofisticato, eccessivamente poetico, potrebbero sì interessare lettori ma, almeno a mio parere, soltanto lettori adulti. Invece un linguaggio così quotidiano arriva direttamente al cuore dell’adolescente, facendolo così riflettere su tematiche molto importanti che, trattate diversamente, risulterebbero noiose ad un ragazzo. Quindi sì, “Bianca come il latte, rossa come il sangue” è un’opera che io consiglio a tutti i giovani di leggere, perché è bene che anche loro inizino a porsi domande; e la semplicità delle parole utilizzate nel romanzo, fa sì che la lettura sia piacevole e non noiosa.

Tale romanzo tratta i più complessi temi esistenziali, quei dilemmi che da sempre tormentano il genere umano: il senso della vita, la morte, il dolore, l’esistenza affermata o negata di Dio; tutto ciò visto attraverso lo sguardo di un ragazzo di sedici anni, con una semplicità, ma profondità al tempo stesso, tali da permettere al lettore di capire fino in fondo la filosofia di vita, con le relative motivazioni, del protagonista. Il ragazzo in questione, Leo, narra le vicende della sua quotidianità attraverso un linguaggio prettamente colloquiale, semplice, abusando talvolta di vocaboli scurrili, probabilmente per avvicinare maggiormente il lettore alla realtà, nella quale talvolta, parole non propriamente corrette vengono pronunciate in un momento di rabbia o, più semplicemente per sottolineare il proprio stato d’animo. Egli vive la sua adolescenza, come del resto frequentemente succede, in uno stato di costante inquietudine. Non ha idea di cosa fare della sua vita, ed è alieno da progetti riguardanti il suo stesso futuro. Lo studio viene considerato come un supplizio, un obbligo morale imposto dalla società, privo di qualsiasi fondamento. Frequenta il liceo classico, e coglie nei suoi libri solamente un modo doloroso di perdere tempo. Nessuna materia lo entusiasma, niente gli apre la mente, come invece lo studio dovrebbe fare. Ha un rapporto ragionevolmente conflittuale con i suoi genitori, e fra le sue passioni vi sono il calcio, lo scooter, gli amici e, una persona a lui cara in particolare, Silvia, fra tutti quella a lui più diletta. In questo contesto quasi di banale quotidianità, si introduce una ragazza per Leo estremamente importante che, nel corso di poco tempo, sarebbe diventata il senso, forse l’unico, della sua vita: Beatrice, della quale si considera perdutamente innamorato. Lei è una ragazza frequentante la sua stessa scuola, bella e dai capelli rossi, cosa che colpisce profondamente Leo. Tale ragazzo insomma, sembra stia vivendo la sua vita come il più banale degli adolescenti, talvolta apatico e, giustamente interessato alle belle ragazze. Eppure dimostra fin dall’inizio una sensibilità non comune a tutti i suoi coetanei; una sensibilità che forse lo porta ad avere questa sua inquietudine interiore, dovuta a mio parere, ad una notevole intelligenza e profondità d’animo non ancora ordinati da una propria identità. All’interno del romanzo, un altro personaggio di rilevabile importanza è il nuovo professore di filosofia, precisamente un supplente, soprannominato “Sognatore” poichè incita a credere sempre nei propri sogni, ad inseguirli. Egli sarà un alleato ma antagonista al tempo stesso. Più di una volta si scontrerà con Leo a causa di punti di vista differenti, ma in seguito sarebbero finiti con l’aiutarsi a vicenda, imparando l’uno dall’altro una materia non contemplata ai fini scolastici, una materia priva di voto ma probabilmente più importante di tutte le altre, quella materia chiamata <<vita>>. Possiamo definire l’intera opera incentrata principalmente su un avvenimento estremamente negativo nell’esistenza di Leo: la leucemia che afflige Beatrice, attorno alla quale malattia sono costruiti gli avvenimenti che susseguono, i quali portano la mente del giovane a scaturire le più profonde riflessioni sul senso della vita. Il romanzo, benchè reso ancora più drammatico dall’inevitabile morte di Beatrice, si conclude in modo relativamente positivo: il giovane protagonista Leo si scopre innamorato di Silvia. Questo fatto, a mio parere, è altamente significativo, oltre che simbolico: Silvia è sempre stata per lui un’amica sincera, una persona vera sempre disposta ad aiutarlo. Lei gli è stata veramente vicina, lei lo aiutato e ha sofferto con lui e per lui. Lei, non Beatrice. Eppure Leo, fino a quel momento si sentiva emotivamente legato a questa “Rossa”, più che ad ogni altro; una persona che oggettivamente era per lui una completa estranea, una persona che a malapena si accorgeva della sua esistenza, una completa estranea però, alla quale il ragazzo ha donato il suo sangue, una completa estranea alla quale avrebbe donato la sua stessa vita. Beatrice dunque è il classico esempio di quello che io definisco “amore immaginario”, nonchè un sentimento nato per sbaglio, senza alcuna vera motivazione, un sentimento nato dall’idealizzazione dell’altro, un sentimento talmente idealizzato, talmente lontano dalla realtà, da non potersi neanche chiamare <<amore>>, ma forse semplicemente <<sogno di un amore>>. Invece Silvia simboleggia l’amore concreto, quello accessibile, quel genere di legame commutativo, in cui si riceve oltre che a dare. Facendo questo ragionamento dunque, si potrebbe concludere che, il legame fra Leo e Silvia è un sentimento vero, inquanto hanno vissuto insieme, hanno sofferto e gioito insieme, ci sono sempre stati l’uno per l’altro; mentre l’amore provato nei confronti di Beatrice è soltanto il sogno di un amore, inquanto non hanno mai condiviso niente insieme, nessuna esperienza, nessun sogno, e l’affetto veniva provato solamente da parte di Leo. Sì, tutto questo è vero; ma qualcuno disse “l’amore vero è quello non corrisposto”, inquanto nel momento in cui siamo disposti ad amare in modo assolutamente gratuito, a dare all’altro senza pretendere in cambio neanche un minimo di affetto, vuol dire che questo lo amiamo davvero; e un’altra persona scrisse <<noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni>> ( La tempesta-Shakespeare- Atto IV). Dunque, se l’amore non corrisposto si può definire <<sogno>>, e i sogni sono fatti della nostra stessa materia, allora noi stessi siamo il sogno, noi stessi siamo l’amore che non possiamo vivere. L’amore è vita. E dunque il sogno è vita.

Sara Minervini

Citazioni dal libro: <<E’ bello lasciarsi amare>><<Solo chi ama il tuo odore ti ama davvero>> <<Il profumo irresistibile dei sogni>> <<Chi l’ha detto che avere autorità bisogna essere antipatici?>> <<Quando ci si annoia è perché non si vive abbastanza>> <<Io esisto per lei/ Senza di lei io non esisto>>

La solitudine dei numeri primi

Salve a tutti. Oggi vorrei proporvi un’altro libro, che a me sta particolarmente a cuore: “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, romanzo che, nella mia serie di libri preferiti, viene inserito al secondo posto, subito dopo”Lettera a un bambino mai nato”

“La solitudine dei numeri primi” è stata la prima opera letteraria scritta da Paolo Giordano, uomo nato nel 1982 a Torino. Egli è laureato in fisica teorica e, attualmente lavora presso l’Università con una borsa in dottorato. Nonostante la sua giovane età, a quanto pare ha già ottenuto un posto di lavoro di notevole prestigio, oltrettutto all’interno di un ambito particolarmente difficile: la fisica. Questo denota in lui una notevole intelligenza, caratteristica in comune con Mattia Balossino, protagonista insieme ad Alice Della Rocca, del libro in questione. Diversi fattori presenti nel romanzo manifestano analogie, non di certo casuali, fra lo scrittore e il protagonista: infatti, entrambi risiedono a Torino, ed entrambi sono sempre stati affascinati dalla scienza, dimostrando nel corso degli studi notevoli capacità, che condussero Mattia a lavorare all’estero come insegnante nella facoltà di matematica e, Paolo anch’esso impiegato presso un’università. Questo conduce il lettore a pensare che, la storia di tale romanzo, sia stata ispirata proprio dalla vita del suo stesso autore. Il libro è strutturato in quarantasei capitoli, a loro volta divisi in sette periodi, ciascuno dotato di una datazione e, di un titolo. La storia narra parallelemente le due esistenze di Alice Della Rocca e Mattia Balossino, dedicando ad un capitolo la narrazione della vita di uno, e al capitolo successivo quella dell’altro; sino al giorno in cui questi due protagonisti si incontrano, unendosi per sempre tramite un legame, forte quanto impercettibile ed indecifrabile: questi due personaggi infatti, descritti dalla loro infanzia sino all’età adulta, non si possono considerare nè soltanto amici ma, neanche veri e propri fidanzati. Sono semplicemente uniti da caratteristiche comuni a entrambi, vicini, ma non abbastanza per toccarsi davvero, proprio come due numeri primi. In primo luogo, li caratterizza una quotidianità alquanto difficile da sopportare. Per quanto riguarda Alice, viene obbligata dal padre a frenquentare la scuola di sci, cosa che a lei non interessa minimamente. Mattia invece, subisce l’ingonbrante presenza della gemella Michela, affetta dalla sindrome di down, la quale lo mette costantemente in imbarazzo difronte agli altri. Entrambi, possiamo dire, vengono soffocati da una sorta di ricatto morale: Alice frequenta in silenzio la scuola di sci per non deludere le aspettative del padre e, Mattia probabilmente, ad un livello molto inconscio, si sente responsabile della malattia che afflige la sorella. Infatti la madre non si è mai stancata mai di ripetere che nel suo ventre non c’era stato abbastanza spazio per tutti e due, che il cranio di Mattia aveva sovrastato quello di Michela. Dunque lui era nato così: sano e intelligente, mentre la gemella con seri problemi; come se Mattia potesse avere qualche responsabilità, come se la colpa fosse effettivamente la sua. Possiamo dire dunque che, siano stati entrambi in una situazione ben complicata sin dall’inizio, e sarà proprio la resistenza a tale situazione, che li condurrà verso conseguenze irreversibili. Nel primo periodo del romanzo, intitolato “L’angelo della neve”, viene presentata Alice Della Rocca come una bambina tormentata da un forte disagio, cosa perfettamente descritta dal suo sguardo, cioè da come lei vede la realtà che la circonda: infatti Paolo Giordano introduce la quotidianità di questo personaggio, con la stessa cura con cui descrive l’odio nei confronti di tutto ciò che le appartiene, come la sveglia in funzione anche il giorno di Natale, la colazione con il padre e, in particolar modo la scuola di sci. Il rifiuto di Alice nei confronti di questa disciplina viene esposto molto chiaramente nella descrizione della sua incontinenza: la bambina infatti, durante le lezioni, più di una volta ha urinato sulla neve, sino al giorno in cui, colta dalla nebbia cadde dagli sci, rompendosi così una gamba, che mai più tornerà sana. Alice continuerà a zoppicare per il resto della propria vita, probabilmente portando con se’ il rimpianto di non aver accettato la sua situazione, cosa che se invece avesse fatto, probabilmente avrebbe frequentato le lezioni con uno spirito diverso, dunque con meno probabilità di cadere. Per quanto riguarda Mattia invece, a causa della gemella non veniva mai invitato ad alcuna festa, e ormai si era abituato a stare da solo. Soltanto una volta si recò ad un compleanno di un suo compango di classe, al quele era stata invitata anche Michela, che invece venne abbandonata in un parco dal fratello. Al suo ritorno, Mattia non la trovò più, e non la troverà mai più. La gemella, identica a lui, scomparve quella sera. Ed esattamente come Alice, se Mattia avesse accettato la sua situazione, non vergognandosi di sua sorella, ma camminando a testa fra gli altri bambini, come una persona normale, non avrebbe mai lasciato Michela, sola, in un parco, ad aspettarlo mentre lui era alla festa. E lei non sarebbe mai scomparsa. Queste due episodi iniziali, segnano profondamente la vita dei due protagonisti, che sembrano così diversi, ma allo stesso tempo così uguali: Mattia è un ragazzo molto studioso, Alice invece sembra più propensa alla trasgressione, anche per colpa dell’ influenza negativa di Viola Bai, sua compagna di classe. Ma comunque entrambi, disadattati alla vita normale. Lui si ripiega sui libri, isolandosi dal mondo esterno, e chiamandoli “cose che non ti fanno male e a cui non puoi fare del male” come invece lui aveva fatto alla sorella. Per quanto riguarda Alice, cercava di identificarsi in un gruppo poco raccomandabile di “amiche” a tal punto da farsi fare un tatuaggio, contro la volontà del padre, sul ventre, nella medesima posizione e, della medesima forma di quello di Viola, probabilmente perchè, spesso l’unico modo per sentirsi davvero vicini ad una persona, che in realtà non lo è affatto, è essere esattamente come lei. Viola, apparentemente così spregiudicata. L’unico modo per sentirsi vicina a lei, era essere come lei. I rapporti con il padre invece, degenerarono da quel giorno in cui Alice divenne zoppa, ritenendo l’uomo responsabile di quanto accaduto, inquanto l’aveva obbligata, fisicamente e moralmente, a frequentare il corso di sci. Un’altra singolarità di Mattia è quella di autolesionarsi: il palmo delle sue mani era colmo di cicatrici che si era fatto con qualsiasi cosa trovasse appuntito. Questo atteggiamento mostra ugualmente un forte disagio che, non riuscendolo a sfogare sugli altri, faceva ricadere su se stesso. Gli anni passarono, Alice lascia l’università per dedicarsi alla fotografia, periodo nel quale il padre non ha più la forza di opporsi, avendo la moglie gravamente malata di tumore. La figlia sembra essere scossa più per la situazione che, per la madre malata, come se effettivamente quella donna fosse per lei un’estrenea: ogni giorno infatti, si recava al suo letto d’ospedale, attendeva trenta minuti per poi andarsene, come se quello fosse un obbligo morale e non, una sua libera scelta. Proprio nel reparto in oncologia conobbe Fabio, l’uomo che diverrrà suo marito. Anche con lui, Alice non sarà mai felice. Lui voleva avere un figlio, ma lei non era in grado di darglielo, dal momento che da molti anni, non aveva il ciclo mestruale, in seguito alla sua scarsa alimentazione che ormai aveva debilitato il suo corpo. Quest’abitudine alimentare sbagliata era cominciata con l’adolescenza, sempre in relazione a Viola, al suo bisogno di sentirsi come lei, di essere magra come lei. Alice non aveva mai superato tutto questo, e ciò è dimostrato dal fatto che, nonostante l’età adulta, continuava a non mangiare e, quando venne incaricata di lavorare al matrimonio, proprio di Viola, come fotografa, dopo aver scattato molte foto, lei espose il rullino alla luce del sole, proprio per sfregio. Intanto Mattia è andato a lavorare all’estero, con somma gioia di sua madre, la quale era ben felice di non vedere più il figlio, con tutto quello che egli si portava alle spalle: la perdita di una figlia è comunque sia una sofferenza immane e, in alcuni casi, incolpare qualcuno è l’unico modo per sopportare il dolore. E la donna aveva incosciamente incolpato Mattia. All’estero il ragazzo lavora come insegnante universitario nella facoltà di matematica e, ciò che ha conservato della sua adolescenza è il suo modo costante e, talvolta superfluo di ricorrere a questa materia: come ad esempio calcolare la velocità di una goccia di pioggia che corre lungo il vetro od osservare l’asimettria fra il suo corpo e, quello di una collega con la quale aveva appena fatto l’amore, una donna che continuava a vivere nello stesso luogo, in cui aveva vissuto con un uomo che aveva fortemente amato. <<Ci si era legata con l’ostinazione con la quale ci si lega soltanto alle cose che fanno male>> Questo è stato il commento dell’autore al riguardo, perchè effettivamente, in alcuni casi proprio quello che ci fa più male è anche quello che amiamo di più. Alice viene lasciata dal marito e, per un’istante crede di aver visto Michela, viva. Tanto è forte la sua convinzione che invita Mattia a ritornare in Italia per comunicargli la cosa, ma poi quando l’uomo giunge da lei, Alice non trova il coraggio e si limità a divertirsi con lui, ad invadere i suoi <<no>> proprio come quando faceva quando erano ragazzi, come se non si fossero mai lasciati. Al termine del romanzo, Mattia ritorna all’estero da solo e, Alice, ugualmente è sola. La storia è particolarmente coinvolgente, ricca di sentimenti inespressi, e descritta nei minimi particolari con una sensibilità rara per un fisico. Inoltre, l’uso di vocaboli talvolta scurrili è forse finalizzato ad avvicinare il più possibile il romanzo alla vita reale, nella quale parole non propriamente corrette vengono pronunciate in un momento di rabbia.

Sara Minervini

Citazioni dal libro : <<Era stanca, di quella stanchezza che sa dare solo il vuoto>> <<L’amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta>> <<Ci si era attaccata con l’ostinazione con cui ci si attacca soltanto alle cose che fanno male>>

Lettera a un bambino mai nato

Salve a tutti, amici. Come primo intervento, desidererei pubblicare un articolo sul mio romanzo preferito, letto per la prima volta all’età di undici anni, un romanzo carico di sentimento, di emozione, e dotato di una profondità non comune. Si tratta del celeberrimo “Lettera a un bambino mai nato”, scritto da Oriana Fallaci.

Lettera a un bambino mai nato è a mio parere l’opera più significativa della scrittrice contemporanea Oriana Fallaci, nata a Firenze il 29 giugno 1929 e morta nella medesima città il 15 settembre 2006. Tale donna, oltre che essere stata una scrittrice di notevole rilievo al livello internazionale, ricoprì anche il ruolo di giornalista. Le sue opere trattano diversi argomenti, ma ritengo questa in particolare come la sua più significativa, in quanto in essa è racchiusa la sua filosofia di vita, probabilmente non analoga a quella comune, ma non per questo sbagliata. Tale opera è probabilmente ispirata dalla vita della scrittrice stessa, dal momento che fu scritta nel 1997, in seguito alla perdita di un figlio ancora nel suo grembo; nonché tema fondamentale trattato nel romanzo, da cui poi scaturiscono le più profonde riflessioni. Il libro è strutturato come una lettera che la donna immagina di scrivere a suo figlio, ancora però nel suo ventre. La particolarità di tale opera è data dalla serietà della protagonista nell’insegnare al bambino quanto c’è da sapere sulla vita. Nello spiegare i vari problemi, le difficoltà e il mal funzionamento della società umana, non sembra rivolgersi ad un infante, bensì ad un uomo già adulto. La gravidanza della protagonista è del tutto inaspettata, infatti non appena ne viene a conoscenza ha un evidente turbamento e, in particolar modo le prime parole di questa lettera, sono chiamate a sottolineare soprattutto la sua paura, una paura non di certo causata dalle opinioni pubbliche, che probabilmente non vedrebbero positivamente la gravidanza in una sigle. No, non è questo il suo timore, perchè lei afferma di non curarsi degli altri. Tanto meno potrebbe essere il giudizio di Dio, essendo atea. Allora, cosa potrebbe essere? il dolore? No, lei non teme il dolore. E allora? La paura è rappresentata dal bambino stesso, “del caso che ti ha strappato al nulla per agganciarti al mio ventre” come affermò lei stessa. Da quanto si può trarre dalla lettera, sembra che la protagonista non creda nella vita: oltre che essere atea e, essere convinta che oltre la morte carnale non vi sia altro, è anche certa del fatto che la vita sia una condanna a morte. Il suo ragionamento sembra essere fin troppo logico: un essere umano nascendo, esce dal nulla per soffrire atrocemente nella vita terrena e poi, ricongiungersi al nulla attraverso la morte. Dunque l’uomo è esistito al solo scopo di soffrire: prima della vita non c’è niente, dopo la vita non c’è niente, tutto quello che conta si svolge nella vita, e la vita è un’atroce condanna a morte (intesa come condanna ad una perenne sofferenza), quindi che senso ha vivere? Fondando la sua filosofia di vita su tali premesse, è naturale che sia spaventata da questa gravidanza, che ne sia turbata, perchè a questo punto si pone il dilemma se dare la vita o negarla. Riflette sul fatto che il bambino è stato concepito per sbaglio, in un attimo di altrui distrazione, quindi la sua esistenza era solamente un caso che, come disse lei stessa “lo ha strappato al nulla”, cioè lo ha strappato al non esistere. Sicuramente per una persona non credente in Dio e, soprattutto nella società umana, è ben difficile accettare il fatto di essere genitore, perchè ciò significa dare la vita ad un altro essere umano, educarlo e preparlo al “vivere”. Dunque come si può fare tutto questo se non si crede che ne valga la pena? La donna si pone in primo luogo la domanda se negare la vita al bambino, o meno. Non sa se è più giusto restituirlo al silenzio o fargli affrontare la realtà, perchè si pone la domanda se “il niente è da preferirsi al soffrire”, cioè si chiede se il fatto di non esistere sia da preferirsi al dolore. Successivamente però, arriva alla conclusione che “niente è più atroce del niente”, cioè che niente può essere peggiore del non essere mai nato, del non essere mai esistito; niente, neanche la morte. Ed è solo questo che la protagonista teme: non Dio, non il dolore, non la morte, ma il niente, il semplice fatto di non essere. Perciò, decide di portare a termine la gravidanza. Nel corso della gestazione la giovane madre cerca di insegnare al bambino tutte le difficoltà che potrà incontrare, gli spiega quanto vivere possa essere duro e doloroso e, per farlo talvolta si serve di fiabe molto semplici ma significative. Il padre del bambino invece sembra non volerne sapere di suo figlio anzi, in una telefonata fatta alla protagonista chiede addirittura di quanti soldi abbia bisogno per “sbarazzarsene”. La donna non appena ode questo termine riaggancia la cornetta scandalizzata. In seguito l’uomo però la va a trovare, portandole fiori. Entrando in camera da letto osserva la prima ecografia, guardandola con occhi languidi e, scoppiando a piangere subito dopo. Nonostante però questo suo breve momento di debolezza, nel corso di tutta la gravidanza egli non è affatto presente, a tal punto che la donna si trova costretta ad affrontare ogni cosa da sola. L’unico sostegno le è dato da un’ amica femminista, nonché sposata e con alle spalle ben cinque aborti, perchè dal momento che era già madre di due figli, a suo parere era inammissibile partorirne un terzo. Riteneva di non aver fatto niente di male e nello spiegarlo si paragona alla vita delle galline, le quali non dannò alla luce tutti i piccoli che potrebbero avere: molte uova vengono mangiate, cucinate; addirittura alcuni conigli si nutrono dei piccoli più deboli per poter allattare i più forti. Secondo il suo ragionamento non c’è posto per tutti i pulcini, i conigli e i bambini, altrimenti il mondo diverrebbe un pollaio, una fattoria, un asilo. Secondo invece il ragionamento della protagonista la cosa migliore è “non concepirli affatto”, piuttosto che ucciderli successivamente (riferendosi in particolar modo alla specie umana). In quanto ai genitori della gestante, qualsiasi decisione avesse preso la flglia, sarebbe andata bene. Sua madre, racconta all’inizio, non la voleva. Così ogni notte scioglieva nell’acqua una medicina, affinché lei non nascesse. La sciolse sino alla sera in cui, la bambina si mosse nel suo grembo, come per dire di non “buttarla via”. La madre allora allontanò immediatamente il bicchiere dalla bocca, rovesciandone il contenuto sul pavimento e, qualche mese dopo, come disse la protagonista stessa “mi rotolavo vittoriosa nel sole”. Ora però toccava a lei fare la scelta di dare la vita, o di negarla e, alla fine, aveva scelto di darla; benché però il bambino non le avesse dato alcun segnale, alcun consenso. Infatti ora il timore più grande era rappresentato proprio dalla possibilità che nascere non gli piacesse, che un giorno questo bambino, diventando uomo, potesse urlare l’atroce bestemmia “Perché sono nato? Perché mi hai dato la vita, perchè?!? “. Contemporaneamente a questa gravidanza però, la gestante è una donna in carriera che, per motivi di lavoro deve viaggiare molto e non intende rinunciarvi, benché sia in pericolo la vita del bambino. Inizialmente, quando il ginecologo le consiglia di rimanere al letto per un mese, lei si piega alle esigenze del figlio, anche se non molto volentieri. Ma successivamente, in seguito ad una malore viene ricoverata in ospedale, dove vi sarebbe dovuta rimanere molto a lungo. A questo punto lei non lo accetta, no, non vuole sacrificare la sua vita per lui. <<è giusto sacrificare una vita già formata per un qualcosa che vita ancora non lo è?>> si chiede <<Tu, bambino mio, non sei ancora una vita, ma soltanto possibilità di vita>> Riflette. Fino a che non giunge alla conclusione che il corso della sua esistenza deve continuare regolarmente, senza più alcuna interferenza. Dunque, lascia immediatamente l’ospedale, nonostante tutti i rimproveri dei medici e degli infermieri. <<Io non ti uccido, bambino mio, ma non ti aiuto neanche a nascere. Se vuoi venire al mondo, bene. Altrimenti io non ti obbligo>> Fatta questa riflessione, parte. Prende la macchina e inizia un lungo viaggio di lavoro. Ora, sta a lui la scelta. E lui, sceglie di “non nascere”. Un giorno, la donna scorge una goccia di sangue e si spaventa, essendo certa che quella sarebbe stata la fine. <<Con la stessa certezza che mi paralizzò la notte che scoprii che esistevi, ora so che stai cessando di esistere>> Disse. Il bambino lo perse davvero e, lei si sentì improvvisamente in colpa. Nella disperazione cercò di trarre la forza giustificando l’accaduto come una libera scelta del figlio, interpretando questa morte, come la sua volontà di non nascere, e non come un vero omicidio colposo, compiuto dalla madre attraverso la sua negligenza. <<Dovevi combattere, vincere. Hai ceduto troppo presto. Ti sei rassegnato troppo alla svelta. Non fatto per la vita>> Esclamò rivolgendosi al feto morto. Ma i suoi sensi di colpa sono tali da concretizzarsi in un sogno, ove lei viene sottoposta ad un processo e reputata colpevole. E’ cosciente del fatto che ormai suo figlio è morto, ma come disse lei stessa <<continuo a parlarti per pura disperazione>>. Non vuole accettarlo e soprattutto si rifiuta di procedere con l’aborto chirurgico, perchè a suo parere un figlio non può essere strappato via come un dente cariato. E questa forse è la parte più saliente del romanzo poiché, benché apparentemente la donna non sembri essere molto materna, sentimentale o moralista, non sembri la classica <<madre disposta a tutto>>, con tale gesto dimostra più sensibilità di una qualsiasi altra donna. Tale scelta però, comporta conseguenze molto negative: infatti il continuare a portare in grembo un feto morto, arrecca alla donna una forte infezione e, quindi i medici si trovano costretti ad operarla. Ma questa volta a tale decisione è d’accorso anche la protagonista, la quale non vuole morire e, a mio parere è proprio questa la parte più struggente, ove lei per la prima volta ammette che <<la vita esiste>>, <<la felicità esiste>> quindi vuole continuare ad andare avanti, viverla fino in fondo. Al risveglio dall’intervento la protagonista vede suo figlio in un bicchiere di alcool rosa e si accorse di quanto ancora fosse piccolo. <<Dentro un bicchiere ci sei tu. Ti guardo finalmente. Finisti assai prima che se ne accorgessero. In fondo amai un pesciolino>> disse. Le sue condizioni di salute continuano ad essere gravi, a tal punto da provocarle allucinazioni: vede suo figlio ancora vivo, poi già un neonato, un essere umano formato, qualche istante dopo è già un ragazzo e infine un uomo. Questo lo si potrebbe intendere come il desiderio inconscio di veder crescere quel bambino che non ha mai avuto, lo stesso flglio, morto, che non nascerà mai. Alla fine però, esattamente sul punto di morte, riflette sul fatto che in questo mondo nessuno è indispensabile, che la vita non aveva alcun bisogno nè di lei nè del bambino, il quale era già morto. Ora stava morendo anche lei, <<ma non conta, perchè la vita non muore>> frase con la quale concluse la lettera. Tale romanzo è un’opera molto intensa e sicuramente ricca di significato. Un particolare che mi ha davvero colpito, è il dialogo avuto nel sogno, fra la madre e un bambino che sembra già un uomo. Le sue riflessioni, il suo modo di esprimersi sono di certo di una persona adulta eppure, eppure lui non era neanche un neonato, esisteva solo da pochi mesi. Determinate frasi, concetti, a parer mio sono a dir poco impressionanti. Colpiscono il lettore a tal punto da spaventarlo. Il dilemma dell’essere o non essere” è un qualcosa alla base della vita, un qualcosa di molto complesso, un concetto forse più grande di noi, che al solo pensiero può far venire i brividi. In tale opera ho riscontrato alcune somiglianze con il pensiero leopardiano: il niente oltre la morte, la drammaticità della vita e l’impossibilità di una gioia non effimera. Consiglio vivamente di leggere tale romanzo, a mio parare un capolavoro della letteratura italiana contemporanea; il quale, soltanto in Italia, ha venduto 2.500.000 copie e, benché utilizzi un linguaggio molto semplice, la Fallaci, con la sua grande sensibilità, è riuscita a trasmettere al lettore le sue emozioni.

Sara Minervini

Benvenuti!

Salve a tutti, e benvenuti nel mio Blog!

Il mio nome è Sara Minervini. Sono nata il 14 Marzo 1995 a Civitanova Marche, dove ancora oggi vivo e studio. Mi sono diplomata al Liceo Classico, ed ora frequento la facoltà di Lettere Classiche presso l’Università di Macerata

Ho molti interessi: mi piace leggere, suonare il pianoforte, ascoltare musica e, soprattutto, scrivere.  E’ per questo motivo che ho deciso di aprire in rete uno spazio personale.

In questo blog tratterò temi di attualità, notizie, eventi, cinema, spettacolo, tutto ciò che mi colpisca e che desideri condividere con voi.

Se vi fa piacere, seguite e commentate i miei interventi. Accetto senza problemi ogni forma di critica, purché sia costruttiva. Non ammetto alcuna forma di razzismo o volgarità, ma sono comunque aperta a opinioni diverse dalle mie.

I commenti che risulteranno offensivi, nei confronti di altri utenti, saranno eliminati, al fine di garantire a tutti una serena navigazione, e una completa libertà di pensiero, essendo in un paese democratico.

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Sara Minervini